Note di regia

La storia di Giacomo porta a riflettere su come ognuno di noi si confronti con il tema della malattia e con la paura di incontrarla nel corso della nostra esistenza. A spingermi verso questo documentario è stato soprattutto il desiderio di mostrare una trasformazione personale, di raccontare una storia in cui il tumore non è solo una sfortuna o una cosa da nascondere, ma un’occasione di cambiamento.  Il documentario segue inizialmente la scansione dei capitoli del libro “Non siamo immuni”: parla di diagnosi e terapia, di cibo, di scuola, del rapporto coi medici, dell’addio all’equitazione, ovvero sport che Giacomo praticava a livello agonistico fino al manifestarsi del tumore.

Grazie a diagnosi più precoci e terapie sempre più avanzate, oltre tre milioni di italiani sono oggi vive dopo aver avuto un cancro. Per la maggior parte di loro la malattia è un punto di rottura, una sorta di rivoluzione. E molto spesso trovare le parole per raccontarlo, aiuta ad affrontare il percorso, come mostra il successo avuto negli ultimi anni dalla Medicina Narrativa. Recuperare il racconto per restituire vita alla vita è l’idea di fondo di questo docufilm: per questo, le parole si ascoltano e si leggono, hanno un loro peso specifico e un loro valore terapeutico, perché, come molti malati testimoniano, la narrazione stessa diventa curativa, se utilizzata con consapevolezza.

Il documentario però va oltre il libro. Iniziamo pian piano a conoscere Giacomo al di fuori di quelle pagine, a seguirlo quando va in visita al maneggio dove ha iniziato a cavalcare, in visita dai nonni, a pranzo con un suo amico al mare, dopo un esame all’università, al Centro protesi Inail e infine in acqua, alle prese con una nuova passione, il canottaggio.

Nel seguire questo percorso di crescita personale, che procede alla stregua di un Romanzo di Formazione, ‘Gli anni più belli’, inoltre, porta avanti un continuo rimando di metanarrazione. Mostra infatti l’importanza che per i pazienti ha il narrare la propria malattia, il cosiddetto storytelling, come modo per ritrovare forza condividendo le difficoltà. Il protagonista, infatti, si racconta, attraverso il suo libro e i post su Facebook. La sua storia viene però, a sua volta, narrata attraverso uno sguardo femminile, presente in controluce, che entra nella storia, così come nella vita di Giacomo, “in punta dei piedi”. Un punto di vista esterno ma in qualche modo anche interno, che è dapprima quello di una giornalista ma che poi inevitabilmente si trasforma in uno sguardo da amica.  Consapevole del fatto che, in fondo, realizzare un documentario è comunque sempre compiere un viaggio dentro se stessi.

Sinossi lunga

“Stavo camminando e ho sentito improvvisamente la gamba cedermi. Pensavo fosse un problema al ginocchio”. Così Giacomo, un ragazzo di appena 20 anni, racconta come ha scoperto di avere un tumore al femore. Accadeva due anni fa. In breve tempo il ricovero, la diagnosi, una prima operazione all’Ospedale Rizzoli di Bologna, quindi la chemioterapia. Ma tutto senza abbandonare un attimo la speranza. Ad aiutarlo la narrazione della sua malattia. Un post scritto su Facebook e condiviso da tantissime persone, racconta, “mi ha dato l‟impressione che non ero solo” e che “quello che accadeva a me poteva aiutare qualcun altro”. Da quel post è nato un libro “Non siamo immuni”, in cui racconta i cambiamenti dovuti alla malattia, il rapporto col cibo, quello con i suoi cari, la nonna, la sorella, la mamma, e ancora la riabilitazione, la guarigione.

Presentato presso il Ministero della Salute il libro è finito su tutti i giornali e ha portato Giacomo negli studi di molte trasmissioni televisive, ma anche nelle scuole. Nel frattempo, proprio lui che non amava studiare, si è iscritto a Scienze politiche. Sui social difende la Resistenza e la Costituzione ma parla anche di amore per la vita. Ogni tre mesi però proseguono i controlli, tutti in ordine fino a quello del marzo 2016, lo ricoverano per una recidiva. Nuova operazione, nuova convalescenza, seguita dopo poco da un‟infezione, che lo costringe a mesi di antibiotico per endovena. Ma Giacomo non perde il buon umore.

A chi gli chiede come fa, risponde: “Devo ringraziare la malattia per esser diventato quello che sono”. Alla prima recidiva ne segue una seconda e stavolta i medici lo mettono di fronte alla scelta: se vuoi aumentare le possibilità che il male non ritorni, devi amputare la gamba. Su questa difficile scelta, e in generale su cosa la malattia abbia significato per lui, si confronta con l’amico d’infanzia Federico. La malattia, spiega Giacomo, “fa parte della vita tanto quanto ne fanno parte le cose belle. Averne consapevolezza aiuta a viverla al meglio. E a godere di ogni istante, qui e ora”.

In questo contesto, lo sport diventa un’occasione per formare la propria personalità, conoscere e sfidare i propri limiti, ma anche imparare a fidarsi dell’altro, che sia l’allenatore, i compagni di squadra ma anche medici e personale sanitario. Per questo, dopo l’amputazione, Giacomo decide di tornare a cimentarsi con l’agonismo e scopre il canottaggio, preparandosi ad affrontare nuove sfide e nuove gare. Ed grazie a questa sua determinazione che oggi riesce a dire: “gli anni della malattia sono stati gli anni più belli e più intensi della mia vita”.